Domani

Quanta strada abbiamo fatto insieme.
La cartella sulle spalle, il paraorecchie abbassato del cappellino di lana. E la paura di attraversare sulle strisce, mi giravo e da lontano salutavo mia madre alla finestra.
Ti ho amata ogni minuto nel tempo, il pallone e le matite, poi le ragazze, il treno, la caserma e lì era dove mi sfioravi, quasi aggrappata… in quelle finte ridicole guerre perché ancora e sempre si parlava di guerra. La pace non ha scuola, non addestra.
Quanta strada abbiamo fatto raccogliendo i vizi in circolo e perdendo amori. Come amici. E per quanti amori e amici abbiamo lasciato, molti ne abbiamo ritrovati insieme se mai più come prima, sempre più di prima. Con lo sguardo rapito dal futuro, giù nei prati. Nelle sinfonie.
Siamo cresciuti lungo i fiumi tra i monti e sul mare, persi insieme nei cieli e nella musica storditi dai colori, dall’estate, dai profumi e dalla neve. I boschi di zaffiro con il tramonto che filtrava tra i rami. Correndo. Senza far caso alle anime, senza accorgerci di chi ti sprecava senza sapere e non voler pensare. Calpestata, contorta e accartocciata soffocata nella plastica e dal fumo, insanguinata dai coltelli e sulle croci. Senza chiederti scusa.
Ti ho trovata in un caffè e nel vento, nella pioggia e negli occhi celesti di lei, nel suo sorriso e nel pianto. Sui miei fogli zuppi d’inchiostro, gli animali. E i bambini. Ti ho sentita vibrare dal petto al cuore sino alle ginocchia tremanti. Nel fiato delle emozioni come nell’anima dei giusti. Nei quadri, nei libri. E in qualche preghiera inginocchiato sulle tombe.
Quanta strada abbiamo fatto insieme, vita. Quanto è strano averti qui vicina e non poterti toccare.

Luca

Torneremo a parlare di calcio

❤️ TORNEREMO A PARLARE DI CALCIO ⚽️

Riapriranno gli stadi. Quelli lì si affannano a cercare le date, noi possiamo aspettare perché già sappiamo che un giorno arriverà. Riapriranno gli stadi e le scuole le chiese i bar i negozi… Strade, autostrade, stazioni, aeroporti, e torneremo a viaggiare. Saremo consapevoli che una guerra l’abbiamo combattuta anche noi, come ogni nonno almeno una volta ci aveva augurato senza desiderarlo veramente, ma nella speranza che qualcosa di duro, insopportabile, una privazione totale come le loro negli anni Quaranta, ci servisse ad aprire gli occhi, l’anima, il cuore. E anche noi, i nostri figli soprattutto, avremo qualcosa da raccontare. Delle nostre trincee tra cucine e divani, del nostro isolamento incollati a smartphone e tv come una volta si radunavano intorno alla radio. Abbiamo le nostre sirene come quelle che annunciavano i bombardamenti. E anche le nostre sirene ci squarciano il petto.
Quel giorno torneremo a parlare di calcio e di vita e di passione. La nostra passione. Forse le anime non saranno più gentili, sicuramente non tutte potranno cogliere e poi cambiare, ma una nuova costrizione guiderà comunque il nostro cammino: la costrizione della libertà. Porterà con sé il bisogno di aiutarsi, dovrà farlo anche chi non ha cuore perché sarà l’unica condizione per sopravvivere.
Il mondo, tra poco, sarà davvero piatto. Sarà uguale per tutti. Avremo tutti gli stessi problemi, le stesse necessità, gli stessi pensieri e la stessa voglia di alleggerire ciò che non serve, di aggrapparci al necessario, di dividere e condividere. Non mi aspetto gemellaggi, fratellanza, unione, una bontà paradisiaca: la natura umana quella è e quella rimane. Mi aspetto che siano la natura dell’acqua dell’aria e dei fiori, che sia il pianeta a indicarci la strada. A obbligarci a seguirla.
Torneremo a parlare di calcio e di mercato, di gol e di partite, di moduli e di fuorigioco, di vita e di speranza. Aspetto quella prima partita con gli occhi già umidi di pianto, per chi dovrà vederla da lassù e per chi la troverà ancora una cosa stupida, una partita di calcio. Perché chi ancora non sa quale parte abbia il pallone nel cuore della gente, ancora non sa quale parte abbiano la libertà e la vita. E quanto sia importante rinascere dal nostro amore e dalle nostre passioni immensamente più forti di prima.

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