Sigue vivo

Il 29 luglio 2000 si toglieva la vita a Buenos Aires l’inventore del bypass, René Geronimo Favaloro, uno dei più grandi chirurghi della storia. Alla sua straordinaria vita e alla sua tragica fine è dedicato il mio prossimo libro, “Sigue vivo”, attualmente in visione presso alcune case editrici

Sigue vivo La traduzione in italiano di “sigue vivo” sarebbe letteralmente “ancora vivo”, ma nell’idioma spagnolo assume un significato più ampio: “continua a vivere”. Con René Geronimo Favaloro hanno continuato a vivere milioni di persone, grazie al bypass aorto-coronarico che il grande chirurgo italo-argentino impiantò per la prima volta nel 1967, presso la “Cleveland Clinic” in Ohio, Stati Uniti.

René Gerolamo Favaloro nasce a La Plata (Argentina) nel 1923. I nonni italiani, originari delle isole Eolie, lo spingono sin da piccolo alla carriera medica. Filantropo idealista e democratico, contrario ai regimi, alle dittature e alle repressioni, da studente subisce arresti e pestaggi dalla Polizia per le sue idee di giustizia sociale.

René Geronimo Favaloro

Si laurea a pieni voti al Colegio Nacional Universidad de La Plata, dove sogna di iniziare il suo percorso lavorativo, ma un documento di ammissione prevede la sua adesione al regime peronista, che René non sottoscrive.

Uno zio lo chiama nel minuscolo borgo di Jacinto Arauz, nel cuore della Pampa, dove il medico di campagna è ammalato: dovrà sostituirlo per qualche settimana. Vi si fermerà 12 anni, creando (sin dai primi mesi) un comprensorio medico straordinariamente moderno ed efficiente.

La copertina disegnata da Donatella

Nel 1962 un suo anziano professore universitario ne favorisce il trasferimento negli Stati Uniti alla Cleveland Clinic, ancora oggi una delle più rinomate nel mondo per la cardiochirurgia. Durante la sua intensissima attività come specializzando, prosegue negli studi e affina la tecnica che lo porterà ad essere, nel 1967, il primo cardiochirurgo della storia a impiantare il by-pass aortocoronarico, per il quale – tra le centinaia di altre onorificenze – riceverà la nomina per il premio Nobel.

Jacinto Arauz (La Pampa)

Nel 1970, rinunciando a offerte fino a 2 milioni di dollari all’anno per trattenersi a Cleveland, torna a Buenos Aires per realizzare il suo sogno più grande: creare la Fondazione Favaloro, clinica universitaria autosufficiente a disposizione del popolo, ancora oggi la più rinomata del Sudamerica.

Membro attivo nei comitati di ricerca dei desaparecidos, in aiuto e sostegno delle famiglie delle migliaia di scomparsi durante la sanguinosa dittatura dal 1976 al 1983, la sua filantropia viene messa a dura prova dal clima politico ed economico argentino, che negli anni finiscono per soffocare la Fondazione tra tagli dei finanziamenti pubblici e privati, mancati pagamenti da parte di enti, sindacati, assicurazioni e una crescente depressione economica del Paese.

In ginocchio per i debiti che lo costringono a disfarsi di tutte le sue proprietà personali, abbandonato e tradito da molti amici, il 29 luglio del 2000 si toglie la vita con un colpo di pistola al cuore.

Domani

Quanta strada abbiamo fatto insieme.
La cartella sulle spalle, il paraorecchie abbassato del cappellino di lana. E la paura di attraversare sulle strisce, mi giravo e da lontano salutavo mia madre alla finestra.
Ti ho amata ogni minuto nel tempo, il pallone e le matite, poi le ragazze, il treno, la caserma e lì era dove mi sfioravi, quasi aggrappata… in quelle finte ridicole guerre perché ancora e sempre si parlava di guerra. La pace non ha scuola, non addestra.
Quanta strada abbiamo fatto raccogliendo i vizi in circolo e perdendo amori. Come amici. E per quanti amori e amici abbiamo lasciato, molti ne abbiamo ritrovati insieme se mai più come prima, sempre più di prima. Con lo sguardo rapito dal futuro, giù nei prati. Nelle sinfonie.
Siamo cresciuti lungo i fiumi tra i monti e sul mare, persi insieme nei cieli e nella musica storditi dai colori, dall’estate, dai profumi e dalla neve. I boschi di zaffiro con il tramonto che filtrava tra i rami. Correndo. Senza far caso alle anime, senza accorgerci di chi ti sprecava senza sapere e non voler pensare. Calpestata, contorta e accartocciata soffocata nella plastica e dal fumo, insanguinata dai coltelli e sulle croci. Senza chiederti scusa.
Ti ho trovata in un caffè e nel vento, nella pioggia e negli occhi celesti di lei, nel suo sorriso e nel pianto. Sui miei fogli zuppi d’inchiostro, gli animali. E i bambini. Ti ho sentita vibrare dal petto al cuore sino alle ginocchia tremanti. Nel fiato delle emozioni come nell’anima dei giusti. Nei quadri, nei libri. E in qualche preghiera inginocchiato sulle tombe.
Quanta strada abbiamo fatto insieme, vita. Quanto è strano averti qui vicina e non poterti toccare.

Luca

Torneremo a parlare di calcio

❤️ TORNEREMO A PARLARE DI CALCIO ⚽️

Riapriranno gli stadi. Quelli lì si affannano a cercare le date, noi possiamo aspettare perché già sappiamo che un giorno arriverà. Riapriranno gli stadi e le scuole le chiese i bar i negozi… Strade, autostrade, stazioni, aeroporti, e torneremo a viaggiare. Saremo consapevoli che una guerra l’abbiamo combattuta anche noi, come ogni nonno almeno una volta ci aveva augurato senza desiderarlo veramente, ma nella speranza che qualcosa di duro, insopportabile, una privazione totale come le loro negli anni Quaranta, ci servisse ad aprire gli occhi, l’anima, il cuore. E anche noi, i nostri figli soprattutto, avremo qualcosa da raccontare. Delle nostre trincee tra cucine e divani, del nostro isolamento incollati a smartphone e tv come una volta si radunavano intorno alla radio. Abbiamo le nostre sirene come quelle che annunciavano i bombardamenti. E anche le nostre sirene ci squarciano il petto.
Quel giorno torneremo a parlare di calcio e di vita e di passione. La nostra passione. Forse le anime non saranno più gentili, sicuramente non tutte potranno cogliere e poi cambiare, ma una nuova costrizione guiderà comunque il nostro cammino: la costrizione della libertà. Porterà con sé il bisogno di aiutarsi, dovrà farlo anche chi non ha cuore perché sarà l’unica condizione per sopravvivere.
Il mondo, tra poco, sarà davvero piatto. Sarà uguale per tutti. Avremo tutti gli stessi problemi, le stesse necessità, gli stessi pensieri e la stessa voglia di alleggerire ciò che non serve, di aggrapparci al necessario, di dividere e condividere. Non mi aspetto gemellaggi, fratellanza, unione, una bontà paradisiaca: la natura umana quella è e quella rimane. Mi aspetto che siano la natura dell’acqua dell’aria e dei fiori, che sia il pianeta a indicarci la strada. A obbligarci a seguirla.
Torneremo a parlare di calcio e di mercato, di gol e di partite, di moduli e di fuorigioco, di vita e di speranza. Aspetto quella prima partita con gli occhi già umidi di pianto, per chi dovrà vederla da lassù e per chi la troverà ancora una cosa stupida, una partita di calcio. Perché chi ancora non sa quale parte abbia il pallone nel cuore della gente, ancora non sa quale parte abbiano la libertà e la vita. E quanto sia importante rinascere dal nostro amore e dalle nostre passioni immensamente più forti di prima.

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