Torneremo a parlare di calcio

❤️ TORNEREMO A PARLARE DI CALCIO ⚽️

Riapriranno gli stadi. Quelli lì si affannano a cercare le date, noi possiamo aspettare perché già sappiamo che un giorno arriverà. Riapriranno gli stadi e le scuole le chiese i bar i negozi… Strade, autostrade, stazioni, aeroporti, e torneremo a viaggiare. Saremo consapevoli che una guerra l’abbiamo combattuta anche noi, come ogni nonno almeno una volta ci aveva augurato senza desiderarlo veramente, ma nella speranza che qualcosa di duro, insopportabile, una privazione totale come le loro negli anni Quaranta, ci servisse ad aprire gli occhi, l’anima, il cuore. E anche noi, i nostri figli soprattutto, avremo qualcosa da raccontare. Delle nostre trincee tra cucine e divani, del nostro isolamento incollati a smartphone e tv come una volta si radunavano intorno alla radio. Abbiamo le nostre sirene come quelle che annunciavano i bombardamenti. E anche le nostre sirene ci squarciano il petto.
Quel giorno torneremo a parlare di calcio e di vita e di passione. La nostra passione. Forse le anime non saranno più gentili, sicuramente non tutte potranno cogliere e poi cambiare, ma una nuova costrizione guiderà comunque il nostro cammino: la costrizione della libertà. Porterà con sé il bisogno di aiutarsi, dovrà farlo anche chi non ha cuore perché sarà l’unica condizione per sopravvivere.
Il mondo, tra poco, sarà davvero piatto. Sarà uguale per tutti. Avremo tutti gli stessi problemi, le stesse necessità, gli stessi pensieri e la stessa voglia di alleggerire ciò che non serve, di aggrapparci al necessario, di dividere e condividere. Non mi aspetto gemellaggi, fratellanza, unione, una bontà paradisiaca: la natura umana quella è e quella rimane. Mi aspetto che siano la natura dell’acqua dell’aria e dei fiori, che sia il pianeta a indicarci la strada. A obbligarci a seguirla.
Torneremo a parlare di calcio e di mercato, di gol e di partite, di moduli e di fuorigioco, di vita e di speranza. Aspetto quella prima partita con gli occhi già umidi di pianto, per chi dovrà vederla da lassù e per chi la troverà ancora una cosa stupida, una partita di calcio. Perché chi ancora non sa quale parte abbia il pallone nel cuore della gente, ancora non sa quale parte abbiano la libertà e la vita. E quanto sia importante rinascere dal nostro amore e dalle nostre passioni immensamente più forti di prima.

https://m.milannews.it/…/torneremo-a-parlare-di-calcio-3658…

In punta di piedi

Maurizio Mosca, Cristina Parodi e Cesare Cadeo

A Palazzo dei Cigni si entrava in punta di piedi.

Milano 2 era ovattata con i suoi edifici color mattone immersi nel verde, grandi balconi in un piccolo mondo incantato alle porte della metropoli. Là dentro da Telemilano stava nascendo la concorrente della Rai, prima Canale 5 poi Retequattro e Italia 1. Già alla reception si avvertiva il frenetico entusiasmo che percorreva quei corridoi. Persino le guardie ne erano contagiate. La prima volta ci entrai da solo nel 1984 per proporre a Paolo Taveggia, allora direttore dello sport, un reportage dagli Stati Uniti che contendevano al Messico l’organizzazione dei Mondiali del 1986. Avevo 23 anni, ero uno sconosciuto cronista di provincia: bastò una mezzora, un caffè e una sigaretta. Paolo disse: “Ok, ti aspettiamo con le videocassette quando torni”. Un buon lavoro era sufficiente per avere attenzione ed essere presi in considerazione.

A Palazzo dei Cigni si entrava in punta di piedi, ma si veniva rapiti e coinvolti in un attimo da quell’atmosfera di sfida che passava per nuove idee, intuizioni, proposte e chiunque veniva ascoltato. Chiunque poteva dare il suo contributo. E in punta di piedi si cominciava a correre, ore e ore tutti i giorni, tutta la settimana. Così per Maurizio Mosca non fu difficile coinvolgermi da subito nelle sue mille trasmissioni: Record, Calciomania, A tutto campo, Mundial, Guida al campionato, fino a Italia1 Sport che seguiva Pressing di Raimondo Vianello. Eravamo una squadra, una sola, distribuita tra produttori, autori, segretarie, redazione e collaboratori. Senza tempo e senza fatica. Le donne facevano parte integrante della redazione sportiva con eleganza, garbo, bellezza, ma soprattutto grande mestiere. Sono salite tutte in alto.

Con Cesare Cadeo l’incontro fu subito cordiale, l’intesa spontanea. Mi tolse la paura per responsabilità già grandi. Vestiva in cravatta e pochette sia che fosse l’alba sia che fosse notte fonda, non perdeva mai il sorriso e l’unico impercettibile segnale nei rari momenti di malumore, era la fronte aggrottata. Durava un attimo. Innamorato della televisione e del Milan, delle bellezze della vita e quelle femminili alle quali riservava una galanteria antica. Con Maurizio Mosca costituivano una coppia surreale, l’alunno pestifero e l’insegnante paziente. La sua sconfinata educazione mitigava l’irriverenza ingestibile di Maurizio, sul suo garbo imperturbabile scivolava via la turbolenza come una pallina di mercurio sulla pelle della foca. Cesare di un altro secolo, di un altro mondo, di un’altra vita.

Insieme con suo fratello Maurizio e una banda di amici fortunati, Cesare Cadeo mi ha lasciato in eredità il compito più che arduo di scrivere il romanzo di un uomo leggendario, il cardiochirurgo argentino di origini italiane Renè Geronimo Favaloro, le gesta del quale aveva conosciuto in questi ultimi anni di sofferenze attraverso un allievo di Favaloro, il dottor Cesare Beghi. Con lui siamo stati in Argentina a metà marzo per cominciare a raccogliere materiale e testimonianze ma, poco prima di partire, chiamai Cesare in onda su RadioRossonera per parlare del nostro amato Milan.

Mi stavo sentendo inadeguato per un libro che deve raccontare la storia incredibile di un combattente, un genio, un ribelle, uno scienziato, candidato al Nobel perché primo al mondo a impiantare il by-pass aortocoronarico. Come una volta, Cesare Cadeo se n’è andato in punta di piedi e, come una volta, il suo sorriso mi ha tolto la paura.

Anche oggi, anche adesso, dove tu sia sembrerai di un altro mondo. Comunque. Ciao Cesare, salutami Maurizio.