Campionato, derby e Nazionale: una sosta in movimento…

Dobbiamo essere felici e goderci questo campionato, che ci hanno restituito. Un anno fa, soltanto un anno fa, i giochi erano tutti fatti: scudetto, qualificazioni per la Champions, retrocesse. Solo il Milan e le dimissionarie Inter e Fiorentina inseguivano ancora il loro obiettivo: l’Europa League. Il resto era un limbo. Quest’anno i giochi sono tutti aperti, ad eccezione che per il Benevento nemmeno troppo fortunato in una stagione iniziata troppo tardi. Un equilibrio, a mio avviso, che ha alzato i parametri e non li ha affatto appiattiti: lo dimostrano le 3 squadre nei quarti delle 2 competizioni europee, gli exploit di Immobile e Icardi che se la giocano con i più grandi per la “Scarpa d’oro” e un massiccio ritorno della gente negli stadi. Inoltre, e questo è l’aspetto più importante per il nostro calcio, la cessione dei diritti tv all’estero ha quasi eguagliato il valore attribuito alla Premier inglese, superando persino Liga e Bundesliga.

In tutto questo abbiamo finalmente persone serie e credibili ai vertici di Federazione e Lega, nonostante questo non costituisca un deterrente per chi pensa più agli affari propri che agli interessi dei tifosi, la grande componente che tiene vivo e acceso il movimento. La data e soprattutto l’orario del recupero del derby Milan-Inter ne sono la prova certificata. Non ce l’ho con l’Inter, sia chiaro, a calendario invertito il Milan avrebbe probabilmente fatto lo stesso. E’ un fatto comunque che – tra le varie esigenze – quella di tutelare gli 80.000 con in mano un biglietto profumatamente pagato è slittata in fondo all’elenco. Come al solito.

Nel frattempo, in attesa del derby, godetevi l’imperdibile, sensazionale scoop dell’intervista a Wanda Nara (“Gazzetta dello sport” del 20 marzo).

Montella, Mancini e (ovviamente) Gigi Di Biagio si candidano per la panchina azzurra, alla vigilia della doppia, tristissima amichevole in cui avremo il mesto ruolo di starring partner di Argentina e Inghilterra. Costacurta è stato chiaro: prima scelta Ancelotti, poi Conte, infine Mancini. Non c’è un quarto candidato. A maggio sapremo. Sarà comunque prima di conoscere le reali intenzioni di Gigi Buffon circa il suo ritiro. Per il momento, Szczęsny e Donnarumma (oltre alla Figc e alla Juventus) possono aspettare: anche il capitano della Nazionale, quando si tratta di pensare agli affari propri, non fa eccezione.

Allegri non troppo

Mercoledì 14 febbraio, ore 23. Nessuna cena per San Valentino. In onda in diretta, invece, su Sportitalia. Si comincia con il “Max processo”, discussione su Allegri dopo il 2-2 della Juventus in casa con il Tottenham. Se, dopo le mie prime battute, due colleghi arguti come Michele Criscitiello e Alfredo Pedullà mi riprendono all’unisono (“Non abbiamo capito se stai con Allegri o no”), è evidente che mi stia spiegando male. Quindi riprendo la parola con maggiore enfasi e, probabilmente, con argomenti più drastici. Non si può sostenere che il tecnico livornese non abbia meriti nella serie di successi bianconeri di questi ultimi anni: scudetti, coppe Italia, Supercoppe e 2 finali di Champions in 3 stagioni. Chapeau. Nessuno è perfetto e su questo punto mi sono scaldato. In Italia la Juventus non ha rivali dal 2013 (il Milan del 2011-’12 era più forte, ma sulla panchina rossonera c’era Allegri e quello scudetto lo perse, molto prima del gol non assegnato a Muntari), penso che anche Antonio Conte avrebbe vinto scudetti in serie, coppe  e supercoppe nazionali. Manca la controrpova, è solo una personalissima sensazione. Quest’anno in corsa c’è anche il Napoli: vediamo come va a finire.

In Europa invece la Juventus è arrivata fino in fondo, nel 2015 inchinandosi con onore al Barcellona e nel 2017 sparendo nella ripresa a Cardiff contro il Real Madrid. Credo che il limite di Massimiliano Allegri sia nella capacità di infondere motivazioni e, in qualche caso, nella gestione del gruppo per cui la società – che è una società forte e con le idee molto chiare – lo ha aiutato, indirizzato e protetto spesso. Per esempio, le numerose volte in cui in questi anni qualche suo giocatore lo ha mandato a quel paese, pubblicamente e platealmente: Higuain, Khedira, Dybala, Bonucci. O dopo la finale di Supercoppa persa a Doha contro il Milan, quando davanti alle telecamere e soprattutto ai suoi dirigenti, scandì bene: “Li prendo tutti a calci nel culo”. Non ho mai visto scene pubbliche così eclatanti nella storia della Juve degli ultimi 50 anni. Immagino lo stiano placando anche in queste ore, dopo il suo sfogo – francamente un po’ eccessivo, oltre che generico e assai poco motivato – dopo il pareggio di martedì in Champions. E’ strano che un allenatore che, dopo Cagliari, sta seduto sulle panchine di Milan e Juventus da 7 anni, non abbia ancora capito che puoi vincere 100 partite di fila, ma se ne perdi o ne pareggi una, si aprono i processi. Carlo Ancelotti ha stabilito il record assoluto di vittorie consecutive nella storia della Liga, eppure un mese dopo la fine di questa incredibile striscia, con la squadra in difficoltà anche per i molti infortuni, i tifosi al “Santiago Bernabeu” gli riservarono la pañolada, celeberrimo sventolìo di fazzoletti bianchi in segno di disapprovazione.

I grandi allenatori che ho avuto la fortuna di incontrare e conoscere nella mia carriera (cito Bearzot, Vicini, Sacchi, Hiddink, Mourinho, Capello, Ancelotti, Conte, Guardiola, Klopp, Trapattoni, Mancini ma ne dimentico qualcuno) erano lucidi, malleabili, riflessivi molto più dopo le rare sconfitte che nei momenti di festa. Anche Marcello Lippi tende ad essere nervosetto nei momenti negativi, forse è una prerogativa toscana. Fatto sta che ogni tanto un pizzico, ma proprio un pizzico di autocritica, aiuterebbe di più a capire la ragione di certe scelte e certi risultati, ma Allegri preferisce rovesciare le responsabilità di un solo mezzo passo falso sulle nevrosi dell’ambiente, ambiente che a suo dire comprende tutti nessuno escluso. Eppure lo ha fatto lui stesso con toni nevrotici. Eppure la calma è la virtù dei forti.