In punta di piedi

Maurizio Mosca, Cristina Parodi e Cesare Cadeo

A Palazzo dei Cigni si entrava in punta di piedi.

Milano 2 era ovattata con i suoi edifici color mattone immersi nel verde, grandi balconi in un piccolo mondo incantato alle porte della metropoli. Là dentro da Telemilano stava nascendo la concorrente della Rai, prima Canale 5 poi Retequattro e Italia 1. Già alla reception si avvertiva il frenetico entusiasmo che percorreva quei corridoi. Persino le guardie ne erano contagiate. La prima volta ci entrai da solo nel 1984 per proporre a Paolo Taveggia, allora direttore dello sport, un reportage dagli Stati Uniti che contendevano al Messico l’organizzazione dei Mondiali del 1986. Avevo 23 anni, ero uno sconosciuto cronista di provincia: bastò una mezzora, un caffè e una sigaretta. Paolo disse: “Ok, ti aspettiamo con le videocassette quando torni”. Un buon lavoro era sufficiente per avere attenzione ed essere presi in considerazione.

A Palazzo dei Cigni si entrava in punta di piedi, ma si veniva rapiti e coinvolti in un attimo da quell’atmosfera di sfida che passava per nuove idee, intuizioni, proposte e chiunque veniva ascoltato. Chiunque poteva dare il suo contributo. E in punta di piedi si cominciava a correre, ore e ore tutti i giorni, tutta la settimana. Così per Maurizio Mosca non fu difficile coinvolgermi da subito nelle sue mille trasmissioni: Record, Calciomania, A tutto campo, Mundial, Guida al campionato, fino a Italia1 Sport che seguiva Pressing di Raimondo Vianello. Eravamo una squadra, una sola, distribuita tra produttori, autori, segretarie, redazione e collaboratori. Senza tempo e senza fatica. Le donne facevano parte integrante della redazione sportiva con eleganza, garbo, bellezza, ma soprattutto grande mestiere. Sono salite tutte in alto.

Con Cesare Cadeo l’incontro fu subito cordiale, l’intesa spontanea. Mi tolse la paura per responsabilità già grandi. Vestiva in cravatta e pochette sia che fosse l’alba sia che fosse notte fonda, non perdeva mai il sorriso e l’unico impercettibile segnale nei rari momenti di malumore, era la fronte aggrottata. Durava un attimo. Innamorato della televisione e del Milan, delle bellezze della vita e quelle femminili alle quali riservava una galanteria antica. Con Maurizio Mosca costituivano una coppia surreale, l’alunno pestifero e l’insegnante paziente. La sua sconfinata educazione mitigava l’irriverenza ingestibile di Maurizio, sul suo garbo imperturbabile scivolava via la turbolenza come una pallina di mercurio sulla pelle della foca. Cesare di un altro secolo, di un altro mondo, di un’altra vita.

Insieme con suo fratello Maurizio e una banda di amici fortunati, Cesare Cadeo mi ha lasciato in eredità il compito più che arduo di scrivere il romanzo di un uomo leggendario, il cardiochirurgo argentino di origini italiane Renè Geronimo Favaloro, le gesta del quale aveva conosciuto in questi ultimi anni di sofferenze attraverso un allievo di Favaloro, il dottor Cesare Beghi. Con lui siamo stati in Argentina a metà marzo per cominciare a raccogliere materiale e testimonianze ma, poco prima di partire, chiamai Cesare in onda su RadioRossonera per parlare del nostro amato Milan.

Mi stavo sentendo inadeguato per un libro che deve raccontare la storia incredibile di un combattente, un genio, un ribelle, uno scienziato, candidato al Nobel perché primo al mondo a impiantare il by-pass aortocoronarico. Come una volta, Cesare Cadeo se n’è andato in punta di piedi e, come una volta, il suo sorriso mi ha tolto la paura.

Anche oggi, anche adesso, dove tu sia sembrerai di un altro mondo. Comunque. Ciao Cesare, salutami Maurizio.

Arrivederci Azeglio, caro amico, gentiluomo testone e leale

http://www.corriere.it/sport/18_gennaio_31/morto-azeglio-vicini-ex-ct-nazionale-italia-90-882dc030-065a-11e8-8b64-d2626c604009.shtml

Avevo 17 anni e lavoravo in cronaca nera, ma lo sport e il calcio li avevo già nel sangue. Nel poco tempo libero tra lo studio e la gavetta a Brescia (città dove vivevo da qualche mese con la mia famiglia) mi tuffavo in stadi e palazzetti con taccuino microfono in mano. Basket rugby calcio, non faceva differenza, dove serviva andavo, persino pugilato perché in quel periodo imperversava Natale Vezzoli, campione superpiuma di Gussago. Scrivevo per il quotidiano del pomeriggio “La Notte” e collaboravo per l’emittente privata “Brescia Telenord“. Quest’ultima aveva la redazione nel seminterrato di un palazzo del nuovissimo quartiere “Brescia 2” dove, in uno dei piani alti, viveva Azeglio Vicini, C.T. della Nazionale azzurra Under 21. La prima intervista me la concesse quando ero ancora minorenne, nel salotto del suo appartamento, con la signora Ines che andava e veniva con acqua e caffè. Da allora un’amicizia profonda e un grande legame affettivo, che condizionò la mia capacità di critica nei confronti del suo lavoro. Ogni qualvolta mi trovassi in difficoltà, ogniqualvolta accadesse qualcosa di importante nel calcio, mi bastava citofonare: “Azeglio, puoi scendere in studio 5 minuti?”. Mai un no. Mai. Fin quando un giorno mi rese un ragazzo felice: “Fammi tu un favore oggi, accompagnami a Mompiano a vedere il Brescia”. In tribuna seduto vicino al C.T. Tornai a Milano e la nostra frequentazione si diradò, senza affievolire il rapporto. Anni dopo lo intervistai persino in spiaggia, nella sua Romagna, seduto sulla sdraio.

Testone, cocciuto direi, ciarliero, barzellettiere inesauribile, compassato ma deciso, più distinto che elegante, mi sorprese quanti pochi consigli mi elargisse e invece quante domande mi faceva, chiedendomi opinioni su tutto per poi affermare la sua. Ha vinto tanto con una sapienza e una conoscenza calcistica straordinaria, meritandosi le soddisfazioni. Come uomo, non meritando invece le aspre critiche dopo il 3° posto a Italia ’90 che forse ricordiamo tutti più con dolcezza che con delusione. Ricordo l’uomo, non il C.T. Perché è l’uomo Azeglio che mi mancava e mi mancherà.

Arrivederci, caro amico mio.