Rassegna stampa del sabato

Buongiorno. Come ogni sabato, con la preziosa collaborazione di Paolo Caruso, vi offro una interessante rassegna stampa inerente i temi del pianeta. Particolarmente interessante quello che posto in cima e relativo a città più resilienti per aiutare il clima. Inquietanti, purtroppo come spesso accade, le notizie provenienti dall’Amazzonia

 https://www.vglobale.it/2018/11/30/citta-piu-resilienti-per-aiutare-il-clima/https://www.repubblica.it/ambiente/2018/11/27/news/amazzonia_un_milione_di_campi_di_calcio_perduti_in_un_anno-212784490/https://www.cambialaterra.it/2018/11/la-senatrice-cattaneo-allattacco-del-bio-e-di-cambia-la-terra/https://quifinanza.it/green/forchette-patate-plastica-biodegradabile/241881/

Un milione di alberi

Buongiorno e buon weekend. Proseguo, grazie anche alla collaborazione dell’amico Paolo Caputo, la pubblicazioni di testi, articoli, ricerche riguardanti il nostro pianeta. Non solo relativamente a denunce e pericoli, ma soprattutto alla ricerca e ai rimedi. Tutto ciò che può aiutare la guarigione della nostra terra malata.

 

http://www.slowfood.it/luomo-da-un-milione-di-alberi/

Pianeta serra

PIANETA TERRA O PIANETA SERRA?

Paolo Caruso – Dipartimento Agricoltura, Alimentazione e Ambiente UNICT

Paolo Guarnaccia – Prof. di “Principi e Tecniche in agricoltura biologica”, Dipartimento Agricoltura, Alimentazione e Ambiente UNICT

Oceani che sommergono città costiere, barriere coralline eliminate e vaste superfici della Terra completamente inabitabili. Non è il solito scenario catastrofista dettato da una visione pessimista o da ideologie politiche di diverso colore, ma quello che si prospetta è un pianeta che ha superato un “punto di non ritorno” oltre il quale i suoi processi naturali innescano un riscaldamento incontrollabile, un “Hothouse earth”, appunto un “pianeta serra”.

I risultati di un recentissimo studio opera di ricercatori dello Stockholm Resilience Center e dell’Australian National University, dal titolo “Trajectories of Earth System in the Anthropocene”, pubblicato su PNAS (Proceedings of National Academy of Sciences), affermano che: “Le emissioni antropiche di gas serra non sono l’unico fattore determinante della temperatura sulla Terra, un riscaldamento globale di 2° C indotto dall’uomo potrebbe innescare altri processi del sistema terrestre, spesso chiamati ‘feedback’, che possono causare ulteriore riscaldamento, anche se smettessimo di emettere gas serra. Evitare questo scenario richiede un reindirizzamento delle azioni umane, dallo sfruttamento alla gestione del sistema terrestre”.

Questi ‘feedbacks’ sono: disgelo del permafrost, perdita di idrati di metano dai fondali oceanici, indebolimento dei pozzi di carbonio, aumento della respirazione dei batteri negli oceani, morte della foresta amazzonica, deperimento della foresta boreale, diminuzione della superficie del manto nevoso nell’emisfero settentrionale, scioglimento totale dei ghiacci marini estivi artici e riduzione dei ghiacci marini antartici e degli strati di ghiaccio polare.

La Terra attraversa periodi naturali di riscaldamento e raffreddamento, ma manomettendo i cicli naturali di feedback del pianeta l’idea è che abbiamo interrotto questo ciclo.

Ma cos’è una “Hothouse Earth“?

Hothouse Earth è un termine usato per descrivere uno scenario in cui l’attività umana causa una temperatura globale più alta che in qualsiasi momento negli ultimi 1,2 milioni di anni, a causa di una rottura dei circuiti di feedback che regolano la temperatura del pianeta.

La perdita di questi parametri di sicurezza renderebbe il riscaldamento al di fuori del nostro controllo, indipendentemente da quanto saremmo riusciti a ridurre le nostre emissioni di gas serra.

Il rischio è che sul lungo periodo il clima, alla lunga, si stabilizzi ad una temperatura media di 4-5°C superiore alle temperature preindustriali, con un livello del mare di 10-60 m superiore a quello di oggi.

A questo punto, il riscaldamento “supererebbe probabilmente i limiti dell’adattamento e si tradurrebbe in una sostanziale diminuzione generale della produzione agricola, aumento dei prezzi e ancora più disparità tra paesi ricchi e poveri”.

Lo studio calcola che in un pianeta con questo tipo di condizioni possano vivere al massimo un miliardo di persone.

Johan Rockstrom, un autore dello studio indica che “questi punti di non ritorno possono potenzialmente comportarsi come una fila di tessere di un domino: una volta che la prima viene abbattuta si innesca un meccanismo che provoca la caduta delle altre e può risultare difficile o impossibile fermare l’intera fila del domino. Se la ‘Hothouse Earth’ diventerà realtà diversi luoghi sulla Terra diventeranno inabitabili”.

Nel loro articolo, gli scienziati non tentano di quantificare la probabilità che si verifichi lo scenario dell’”Hothouse earth”, ma sottolineano solo che data l’incertezza che circonda questa proiezione del futuro, è essenziale agire rapidamente e drasticamente.

Earth day, nurses and a sick planet. Pop art retro vector illustration

Come sempre, il ritornello è che per evitare questo risultato le emissioni di carbonio devono essere ridotte e la comunità internazionale deve rispettare gli obiettivi più ambiziosi fissati dagli accordi internazionali. Ma gli autori vanno oltre. Concludono che tagliare le emissioni potrebbe non essere sufficiente, ma dobbiamo anche iniziare a rimuovere i gas che abbiamo già pompato nell’atmosfera. Occorre quindi creare nuovi depositi biologici di carbonio attraverso una migliore gestione forestale e agricola del suolo, tutelando la biodiversità e adottando tecnologie che rimuovano l’anidride carbonica dall’atmosfera e la stocchino sottoterra.

Un esempio virtuoso è rappresentato dal progressivo abbandono dell’agricoltura ‘convenzionale’ ad elevati input a favore di forme di agricoltura biologica e rigenerativa che incrementano il contenuto di sostanza organica nel terreno.

Il carbonio organico del suolo costituisce il più grande serbatoio terrestre di carbonio, contiene circa due volte di carbonio presente nella vegetazione e nell’atmosfera. Il processo di accumulo di carbonio dalla CO2 atmosferica al suolo attraverso i residui organici è chiamato sequestro di carbonio del suolo. Sequestrare carbonio nel suolo attraverso l’accumulo della sostanza organica significa contribuire alla mitigazione del cambiamento climatico.

I terreni ben dotati di sostanza organica non sono soggetti all’erosione e alla desertificazione e possono continuare a fornire i servizi ecosistemici vitali, come ad esempio il ciclo idrologico e dei nutrienti, i quali sono essenziali per mantenere e incrementare la produzione di cibo.

In definitiva le cosiddette buone pratiche e piccoli accorgimenti possono aiutare a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici in corso; la scelta di prodotti biologici per la nostra alimentazione potrebbe portare ad un modello di agricoltura sostenibile e ad un minore impatto ambientale sul nostro pianeta.