Pianeta serra

PIANETA TERRA O PIANETA SERRA?

Paolo Caruso – Dipartimento Agricoltura, Alimentazione e Ambiente UNICT

Paolo Guarnaccia – Prof. di “Principi e Tecniche in agricoltura biologica”, Dipartimento Agricoltura, Alimentazione e Ambiente UNICT

Oceani che sommergono città costiere, barriere coralline eliminate e vaste superfici della Terra completamente inabitabili. Non è il solito scenario catastrofista dettato da una visione pessimista o da ideologie politiche di diverso colore, ma quello che si prospetta è un pianeta che ha superato un “punto di non ritorno” oltre il quale i suoi processi naturali innescano un riscaldamento incontrollabile, un “Hothouse earth”, appunto un “pianeta serra”.

I risultati di un recentissimo studio opera di ricercatori dello Stockholm Resilience Center e dell’Australian National University, dal titolo “Trajectories of Earth System in the Anthropocene”, pubblicato su PNAS (Proceedings of National Academy of Sciences), affermano che: “Le emissioni antropiche di gas serra non sono l’unico fattore determinante della temperatura sulla Terra, un riscaldamento globale di 2° C indotto dall’uomo potrebbe innescare altri processi del sistema terrestre, spesso chiamati ‘feedback’, che possono causare ulteriore riscaldamento, anche se smettessimo di emettere gas serra. Evitare questo scenario richiede un reindirizzamento delle azioni umane, dallo sfruttamento alla gestione del sistema terrestre”.

Questi ‘feedbacks’ sono: disgelo del permafrost, perdita di idrati di metano dai fondali oceanici, indebolimento dei pozzi di carbonio, aumento della respirazione dei batteri negli oceani, morte della foresta amazzonica, deperimento della foresta boreale, diminuzione della superficie del manto nevoso nell’emisfero settentrionale, scioglimento totale dei ghiacci marini estivi artici e riduzione dei ghiacci marini antartici e degli strati di ghiaccio polare.

La Terra attraversa periodi naturali di riscaldamento e raffreddamento, ma manomettendo i cicli naturali di feedback del pianeta l’idea è che abbiamo interrotto questo ciclo.

Ma cos’è una “Hothouse Earth“?

Hothouse Earth è un termine usato per descrivere uno scenario in cui l’attività umana causa una temperatura globale più alta che in qualsiasi momento negli ultimi 1,2 milioni di anni, a causa di una rottura dei circuiti di feedback che regolano la temperatura del pianeta.

La perdita di questi parametri di sicurezza renderebbe il riscaldamento al di fuori del nostro controllo, indipendentemente da quanto saremmo riusciti a ridurre le nostre emissioni di gas serra.

Il rischio è che sul lungo periodo il clima, alla lunga, si stabilizzi ad una temperatura media di 4-5°C superiore alle temperature preindustriali, con un livello del mare di 10-60 m superiore a quello di oggi.

A questo punto, il riscaldamento “supererebbe probabilmente i limiti dell’adattamento e si tradurrebbe in una sostanziale diminuzione generale della produzione agricola, aumento dei prezzi e ancora più disparità tra paesi ricchi e poveri”.

Lo studio calcola che in un pianeta con questo tipo di condizioni possano vivere al massimo un miliardo di persone.

Johan Rockstrom, un autore dello studio indica che “questi punti di non ritorno possono potenzialmente comportarsi come una fila di tessere di un domino: una volta che la prima viene abbattuta si innesca un meccanismo che provoca la caduta delle altre e può risultare difficile o impossibile fermare l’intera fila del domino. Se la ‘Hothouse Earth’ diventerà realtà diversi luoghi sulla Terra diventeranno inabitabili”.

Nel loro articolo, gli scienziati non tentano di quantificare la probabilità che si verifichi lo scenario dell’”Hothouse earth”, ma sottolineano solo che data l’incertezza che circonda questa proiezione del futuro, è essenziale agire rapidamente e drasticamente.

Earth day, nurses and a sick planet. Pop art retro vector illustration

Come sempre, il ritornello è che per evitare questo risultato le emissioni di carbonio devono essere ridotte e la comunità internazionale deve rispettare gli obiettivi più ambiziosi fissati dagli accordi internazionali. Ma gli autori vanno oltre. Concludono che tagliare le emissioni potrebbe non essere sufficiente, ma dobbiamo anche iniziare a rimuovere i gas che abbiamo già pompato nell’atmosfera. Occorre quindi creare nuovi depositi biologici di carbonio attraverso una migliore gestione forestale e agricola del suolo, tutelando la biodiversità e adottando tecnologie che rimuovano l’anidride carbonica dall’atmosfera e la stocchino sottoterra.

Un esempio virtuoso è rappresentato dal progressivo abbandono dell’agricoltura ‘convenzionale’ ad elevati input a favore di forme di agricoltura biologica e rigenerativa che incrementano il contenuto di sostanza organica nel terreno.

Il carbonio organico del suolo costituisce il più grande serbatoio terrestre di carbonio, contiene circa due volte di carbonio presente nella vegetazione e nell’atmosfera. Il processo di accumulo di carbonio dalla CO2 atmosferica al suolo attraverso i residui organici è chiamato sequestro di carbonio del suolo. Sequestrare carbonio nel suolo attraverso l’accumulo della sostanza organica significa contribuire alla mitigazione del cambiamento climatico.

I terreni ben dotati di sostanza organica non sono soggetti all’erosione e alla desertificazione e possono continuare a fornire i servizi ecosistemici vitali, come ad esempio il ciclo idrologico e dei nutrienti, i quali sono essenziali per mantenere e incrementare la produzione di cibo.

In definitiva le cosiddette buone pratiche e piccoli accorgimenti possono aiutare a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici in corso; la scelta di prodotti biologici per la nostra alimentazione potrebbe portare ad un modello di agricoltura sostenibile e ad un minore impatto ambientale sul nostro pianeta.

Il debito ambientale

Buongiorno a tutti. Il mio editoriale di venerdì scorso https://m.milannews.it/l-editoriale/leo-prepara-altri-colpi-dal-mercato-la-risposta-piu-attesa-303494 ha raggiunto il record di 173.000 letture (!), per cui vi ringrazio ancora di cuore.

Earth day, nurses and a sick planet. Pop art retro vector illustration

Nel finale, mi sono permesso una divagazione sul tema calcistico, parlando dei problemi atmosferici e non solo, del nostro pianeta. La cosa ha suscitato approvazione e interesse, in particolare di Paolo Caruso, Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente dell’Università di Catania. Con lui in questi giorni ci siamo scritti, allo scopo di realizzare un’idea che avevo da tempo: pubblicare con regolarità articoli relativi alla ricerca, alla cura, ai rimedi perché sono stanco dei servizi stucchevoli di tutti i notiziari, nessuno escluso, che si limitano a elencarci danni, temperature e consigli idioti (“non uscite di casa nelle ore centrali”, “mangiate frutta e verdura”) che ci vengono propinati da anni come a una massa di beoti. Da oggi iniziamo questa collaborazione, sperando di mettere il nostro piccolo mattoncino nella salvezza della nostra terra malata.

 

IL DEBITO AMBIENTALE

Paolo Caruso (Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente dell’Università di Catania).

“Sostenibile è una società in grado di soddisfare i propri bisogni senza diminuire le risorse delle generazioni future” (Lester Brown, 1981)

“Lo sviluppo è sostenibile se soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità per le generazioni future di soddisfare i propri bisogni” (Our Common Future – Report Brundtland, 1987).

Mercoledì primo agosto è stato l’Earth Overshoot Day 2018, ovvero il giorno in cui l’uomo ha consumato tutte le risorse del pianeta terra disponibili per quest’anno. Da questa data fino al 31 dicembre 2018 sovrasfrutteremo il pianeta vivendo a spese delle future generazioni.

La data viene calcolata ogni anno dal think tank internazionale Global Footprint Network (Gfn).

Per stabilire esattamente questa data vengono quantificate tutte le risorse necessarie all’uomo per mantenere il suo stile di vita quali alimenti, acqua, energia, emissioni di CO2, etc..

Questa data nel corso degli anni si sta progressivamente anticipando; nel 1971 primo anno di rilevazione di questo indice, l’Earth Overshoot Day cadeva il 21 dicembre e le risorse del pianeta erano sufficienti a soddisfare i fabbisogni di tutti gli umani. Oggi per mantenere questi stili di vita avremmo bisogno mediamente di 1.7 pianeta terra.

Progressione dell’Earth overshoot day dal 1970 ad oggi. Fonte: https://www.overshootday.org/

Ma attenzione questa data è il risultato della rilevazione media degli Earth Overshoot Day nelle diverse nazioni, ma stati molto piccoli, poco popolosi e a reddito medio elevatissimo come il Qatar e il Lussemburgo, hanno un’altissima impronta ambientale e se tutta l’umanità vivesse ai loro ritmi, la data fatidica cadrebbe nel mese di febbraio, al contrario, nei Paesi a ridotto sviluppo economico, la data di riferimento giunge nel mese di dicembre.

Ad esempio per soddisfare i consumi del popolo statunitense occorrerebbero cinque pianeti Terra, ma anche australiani, coreani del Sud e canadesi non sono da meno.

Calcolo dell’’Earth overshoot day’ nelle diverse nazioni, Fonte: https://www.footprintnetwork.org/

È da una cinquantina d’anni che l’uomo ha cominciato a consumare più di quanto i sistemi naturali riescano a rigenerare, per converso emettiamo un quantitativo di CO2 superiore a quanto assorbito da oceani e foreste, con tutti i prevedibili contraccolpi legati alla problematica dei cambiamenti climatici.

A pesare nel calcolo sono soprattutto il sistema dei trasporti e il consumo di cibo.

Secondo Mathis Wackernagel, capo del Gfn “le nostre economie stanno operando uno schema Ponzi con il pianeta terra. Stiamo usando le future risorse del pianeta per far funzionare il presente trascurando la crescita del debito ecologico”.

Ognuno di noi può contribuire a salvare il Pianeta attraverso delle scelte consapevoli. Il Global Footprint Network individua quattro campi d’azione raccolti nel #MoveThe Date.

Alimentazione

Attuare un regime alimentare che escluda gli allevamenti intensivi, eccessivamente inquinanti, grandi consumatori di acqua e suolo: se dimezzassimo il consumo di carne, l’Earth Overshoot Day si posticiperebbe di cinque giorni, e di altri 11 se dimezzassimo gli sprechi alimentari.

Smart cities

C’è la necessità di edificare smart cities con edifici compatti ed energeticamente efficienti.

Popolazione

Oggi sulla terra vivono oltre 7 miliardi e mezzo di persone, nel 2050 secondo le Nazioni Unite, saremmo ben oltre i 9 miliardi. È inevitabile che una crescita demografica di tale portata richieda enormi dotazioni di risorse naturali, per cui il controllo della natalità è un punto imprescindibile.

Consumi energetici

La carbon footprint, usata per stimare le emissioni di gas serra rappresenta il 60 % dell’impronta ecologica, tagliare le emissioni potrebbe permetterci di postdatare l’Earth Overshoot Day di oltre tre mesi.

Per cercare di porre rimedio a questa situazione prima che sia troppo tardi, occorre adottare soluzioni di buon senso e buone pratiche, quali l’adozione di una dieta più vegetariana, la riduzione degli sprechi e il riciclo dei rifiuti, cercando di veicolare questi suggerimenti al maggior numero di persone possibile.