A proposito del pianeta (rassegna stampa)

Consueta selezione di articoli di grande interesse, curata con l’amico Paolo Caruso, che questa settimana spazia tra animali e ricerca, l’impegno individuale dei comuni cittadini fino ai problemi legati alla plastica, alla riforestazione e all’impegno quotidiano di chi cura e difende la nostra terra malata. Non limitatevi a leggere: ognuno di noi faccia la propria parte, siamo tutti importanti!

https://www.greenme.it/informarsi/animali/30428-galline-rifiuti-organici-francia

https://www.greenme.it/approfondire/buone-pratiche-a-case-

history/30415-salgado-riforestazione

https://www.greenme.it/spiagge/30427-pelosa-plastica

https://www.greenme.it/abitare/arredo-urbano/30370-mobili-rifiuti-plastica-stampa-3-d

https://www.agi.it/cronaca/carta_kiwi_cusano-4926680/news/2019-01-31/?fbclid=IwAR0tcGGG1xlVybixo7ZLDcseDRgZzmbIxihqQ0-Hs2v7yrF-wrM2It_ArTc

https://www.greenme.it/vivere/costume-e-societa/30354-api-carbone-miniere

La forza dei grani antichi

di Paolo Caruso *

  • * Direttore Associazione Simenza – Cumpagnìa Siciliana Sementi Contadine

Un recente studio di alcuni ricercatori spagnoli, dal titolo “Contribution of old wheat varieties to climate change mitigation under contrasting managements and rainfed Mediterranean conditions”, pubblicato sull’importante rivista scientifica “Journal of Cleaner Production”, rileva che le varietà di grani antichi rappresentano un possibile e promettente rimedio per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici.

Lo studio prende spunto dalla considerazione che circa l’11,2% delle emissioni globali di gas serra antropogeniche (GHGe) viene prodotto dalle attività agricole e che quindi è necessario mettere a punto strategie che ne permettano la riduzione.

Uno dei rimedi in grado di diminuire l’impatto dei gas serra è legato alla capacità che hanno i suoli di mitigare e prevenirne gli effetti negativi che sono la chiave per tentare di ridurre la portata dei cambiamenti climatici. In quest’ottica infatti è stata formulata l’iniziativa denominata 4×1000 che propone di combattere i cambiamenti climatici accrescendo il Carbonio organico dei suoli dello 0.4% annuo. Tali obiettivi possono essere raggiunti attraverso la gestione sostenibile dei terreni agricoli con l’adozione di pratiche volte a salvaguardare biodiversità e funzioni ecologiche degli agroecosistemi.

Diversi studi scientifici evidenziano che un incremento della sostanza organica nei suoli dell’1% l’anno, rispetto a quella attualmente presente per almeno 50 anni, nel nostro Paese, significherebbe un accumulo di quasi 50 milioni di tonnellate, pari al 10% circa delle emissioni nazionali di gas serra

Nello studio dei ricercatori spagnoli sono stati confrontati nel corso di un triennio, grani antichi e moderni coltivati con i metodi dell’agricoltura convenzionale e biologica, nelle tipiche condizioni pedoclimatiche mediterranee.

I risultati ottenuti attestano che l’impronta di Carbonio rilasciata dalle vecchie varietà di frumento era significativamente inferiore rispetto ai moderni, 144 g anzichè 263 g di CO2 per kg di granella prodotta in regime di agricoltura convenzionale, mentre con le tecniche di coltivazione biologica questo valore scendeva da 29 a  -43 g.

Da quanto riportato nella pubblicazione si evince che i grani antichi coltivati in regime di agricoltura biologica, in virtù dei ridotti input energetici, sono addirittura a impronta di carbonio negativa, ovvero con i propri residui organici riescono a catturare nel suolo più anidride carbonica di quella necessaria alla loro produzione.

Questa considerazione sommata alle lavorazioni conservative, a un corretta gestione delle rotazioni agronomiche e a naturali apporti di sostanza organica, pone i grani antichi come possibili protagonisti di una strategia atta al contenimento degli effetti dei cambiamenti climatici.

Ovviamente questa ricerca, malgrado fosse stata pubblicata su una delle più prestigiose riviste scientifiche del settore, non ha ottenuto l’eco mediatico che pubblicazioni di segno opposto sono riuscite a conquistare.

Infatti, poche settimane fa, sui principali mezzi di informazione sono stati riportati con particolare enfasi e senza adeguati approfondimenti studi come quelli pubblicati sulla rivista Food Research International dal titolo “Comparison of gluten peptides and potential prebiotic carbohydrates in old and modern Triticum turgidum ssp. Genotypes” a firma di ricercatori del Centro di ricerca Cerealicoltura e Colture industriali del Crea di Foggia e delle Università di Modena e Reggio Emilia e di Parma o come la ricerca pubblicata su Nature ad opera di un gruppo di scienziati svedesi, che rilevava un presunto superiore impatto ambientale dell’agricoltura biologica rispetto all’agricoltura convenzionale.

Questo clamore mediatico giova particolarmente a chi, forte del proprio potere economico e della consolidata posizione di mercato, si oppone strenuamente all’ipotesi di uno sviluppo agricolo all’insegna della sostenibilità ambientale e della salubrità degli alimenti prodotti, il che pone dei seri interrogativi circa l’attendibilità e l’imparzialità di alcuni mezzi di informazione sempre pronti a schierarsi con il più forte.

Il netto incremento di interesse per gli alimenti salutistici e la conseguente significativa crescita del consumo di alimenti a base di grani antichi, quasi sempre associati ai metodi di coltivazione biologici, sta infatti risultando indigesta a una platea di produttori e trasformatori di grani moderni, che vedono ridotte, anche se ancora in modo marginale, le loro tradizionali fette di mercato.

Ovviamente la loro capacità di condizionare una certa stampa è tale da consentire di traviare verità e risultati scientifici, amplificando o riducendo, a seconda delle convenienze, la loro portata, causando danni ai consumatori che rimangono disorientati nelle scelte e agli agricoltori che credono in un’agricoltura sostenibile in grado di produrre alimenti sani e rispettosi della biodiversità e dell’ambiente.